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L’età dei «Perché?»

Perché i bambini chiedono «PERCHE’»

Da un recente studio proveniente dall’Università del Michigan, pubblicato sulla rivista Child Development, è emerso che i bambini iniziano a chiedere «perché» sempre prima.

L’età dei “perché”, strettamente collegata alla crescita e allo sviluppo delle capacità intellettive, sopraggiunge intorno ai 24 mesi, quando il linguaggio dei bambini diventa più sofisticato, arricchendosi di “se”, “ma” e, appunto, di ”perché”.

 

Assodato che lo sviluppo intellettivo del bambino ha luogo nella relazione e nel confronto con le figure di accudimento, ne consegue che l’apprendimento del linguaggio passa attraverso l’esposizione al linguaggio degli adulti, in quanto ogni interazione rappresenta un’occasione per arricchire e allargare l’orizzonte del dizionario verbale del bambino.

Il presupposto è che questi impara ascoltando ciò che sente e compiendo un meccanismo di adattamento del suo linguaggio a ciò che sente fino a quando la sua espressione diventa corretta. Il cammino di sviluppo del linguaggio segue quindi delle vere e proprie fasi: dopo i 2 anni il bambino capisce ciò che gli si dice e comincia a parlare e a farsi capire piuttosto bene, così da poter esplicitare verbalmente i suoi bisogni, successivamente inizia a porre domande al fine di poter chiedere e riuscire così ad entrare in una conversazione in modo più attivo.

La parola “Perché” assume quindi un ruolo centrale, in quanto modalità per esercitare le nuove abilità, diventando il punto di partenza di moltissime conversazioni.

 

E’ importante che l’adulto, quando il bambino chiede, presti attenzione, mostrando un reale interesse per ciò che gli si sta domandando, perché il piccolo, oltre a fare un’esperienza di linguaggio (in ascolto e in espressione), sta condividendo con l’adulto il suo mondo e le sue scoperte. Inoltre il bambino sta esercitando un potere sul genitore, riuscendo a tenerlo con se nella conversazione e il suo domandare è un modo per richiamare la sua attenzione, per interagire quasi da pari a pari e per sentirsi importante ai suoi occhi.

 

Le domande alle quali si può rispondere con un semplice si/no sono più semplici da apprendere per i bambini e anche meno impegnative da gestire per i genitori.

Per esempio, per rispondere a domande del tipo: «Cosa vuoi bere?», i bambini possono rispondere semplicemente nominando una bevanda (succo… acqua… ), pertanto l’apprendimento di questa sequenza comunicativa è per lui abbastanza semplice.

 

Cosa succede invece quando si dovrà rispondere ad una domanda con “perché” e un si/no non saranno sufficienti?

Innanzitutto è opportuno distinguere due tipologie di «Perché»:

  • I “perché” per conferma: «Perché devo dormire?». Sono lo specchio di un atteggiamento che il bambino conosce, ma non vuole accettare e, chiedendo, spera di ricevere una risposta che gli piaccia di più. In questo caso è meglio rispondere sbrigativamente perché il bambino conosce già la risposta e non c’è arricchimento del suo bagaglio di apprendimento;
  • I “perché” per conoscenza: «Perché uccidiamo il maiale se mi hai detto che non si deve fare male a nessuno?». Sono domande che sottendono un vuoto conoscitivo che il bambino cerca di colmare.In questo caso è opportuno spiegare al piccolo che gli animali, alle volte, vengono uccisi per dare a noi la possibilità di nutrirci.

 

Come rispondere?

Il genitore spesso si sforza nel ricercare spiegazioni dettagliate e specifiche, generando spesso insoddisfazione nel bambino, che invece vuole una risposta comprensibile.

Si possono dare quindi risposte semplici, in grado però di attivare la capacità di ragionamento del bambino, facendolo sentire compreso e accettato, tenendo sempre a mente che le domande sono comunque una manifestazione di curiosità, il segnale che il bambino guarda con interesse il mondo che lo circonda e quindi non vanno mai scoraggiate.

Ai bambini piccoli, sotto i 5 anni in genere è meglio fornire spiegazioni fantasiose, sotto forma di metafora o di gioco. E’ questa l’età incantata in cui i piccoli amano le storie e attribuiscono un’anima e delle emozioni agli oggetti inanimati e proprio basandosi su questo si può “giocare” con i loro “perché”, inventando, per esempio, storie magiche. In questo modo l’adulto entra nel mondo fantastico del bambino, stabilendo con lui un contatto profondo.  Di contro il bambino, pur consapevole che non si tratta di una spiegazione “vera”, si aspetta proprio questo tipo di risposta perché, in fondo, è proprio quella che voleva.

Ai bambini più grandi, intorno ai 7 anni, si possono fornire invece risposte più specifiche, utilizzando non più la metafora, ma l’esempio, perché il bambino a questa età acquisisce una grande voglia di sperimentare, montare, smontare, aprire i meccanismi, capire come funzionano le cose. Assecondiamo quindi la sua inclinazione, dando risposte correte, ma con una terminologia semplificata, coinvolgendolo durante la spiegazione, aumentando l’interesse verso la scoperta e la conoscenza di cose sempre nuove e stimolando la sua curiosità.

 

Spesso e volentieri i bambini danno vita, con i loro “perché”, a raffiche ininterrotte di domande. Secondo uno studio inglese possono arrivare a 288 al giorno, con una media di 23 all’ora, le domande poste dai bambini, andando a toccare una gamma di tematiche tra le più disparate. Questo continuo “bombardamento cognitivo” può stancare e irritare i genitori.

E’ importante che l’adulto, qualora si accorga di essere nervoso e/o sfiancato dalla comunicazione incalzante, interrompa il flusso dei “perché”, cercando di non farlo in maniera brusca e repentina, ma rendendo sempre più semplici le sue risposte e tenendo sempre a mente che si tratta di una fase transitoria della crescita.

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