L'aiuto che non aiuta

L’aiuto che non aiuta

Sempre più spesso ho a che fare con situazioni in cui i genitori vogliono aiutare i figli ma nonostante le buone intenzioni spesso finiscono per entrare a far parte del problema e magari lo mantengono o lo peggiorano. Ovviamente questo avviene nel 90% in modo inconsapevole e inconscio e spesso questi comportamenti entrano a far parte di ricorsività comportamentali e familiari.

Ma cercherò di essere più chiaro portandovi qualche esempio:

  • Mamma: “Ma sei certa che quel lavoro ti permetta di essere sicura?”
  • Figlia: “ In che senso mamma?”
  • Mamma: “Sai a me sembra così un lavoro che non capisco, non hai trovato niente di più sicuro?”

Oppure:

  • Mamma: “Ma sei sicuro di farcela? Lo so che le altre volte hai fatto da solo ma forse potrei farlo io visto che dopo sei sempre cosi stanco…”
  • Figlio: “Ma mamma non è vero, guarda che riesco anche da solo”
  • Mamma: “ ma sei sicuro a me sembri così sciupato e mi sembra che tutto questo alla fine ti mandi più in confusione…”

E ancora:

  • Mamma: “ Non trovo necessario che tu esca di casa, dopo come fai con le bollette, a far la spesa a stirare e inoltre non hai neanche un fidanzato; cosa fai vai da sola?
  • Figlia: “beh si che male c’è oramai ho trentanni…”
  • Mamma: “ma non saprei forse sarebbe meglio aspettare che tu stia meglio o che ti trovi un ragazzo”

 

Questi esempi sono tutti spaccati di vite relazionali in cui la madre “cerca” di aiutare i figli ma con azioni che invece ne minano alla base le loro intenzioni. Quando sono in psicoterapia do sempre questo semplice consiglio: “Nel momento in cui ti dicono queste cose tu ascolta le tue mani, senti se hanno minore o maggiore energia, se gli viene più voglia di fare o di abbandonarsi”. Nel 90% dei casi i pazienti mi dicono che sentono abbassarsi l’energia e quindi la voglia di fare. Questo è indice che un presunto tentativo di aiuto altro non ha come effetto quello di rendere ancora più dipendente, si perché quando una persona non ha energie per “fare” allora rimane più in situazioni di necessità.

Di primo acchito il Pz. pensa che tutto questo è determinato e nasce da una sua sostanziale inettitudine ma facendo un’analisi più accurata spesso “il debole” è il genitore che non riesce a far fronte alle sue ansie, alle sue preoccupazioni e quindi tarpa le ali al figlio ancor prima che questo abbia tentato effettivamente di spiccare il volo. Inoltre spesso c’è un tema di paura dell’abbandono del genitore e che quindi a più riprese instillerà nel figli sensi di colpa di aver “lasciato una madre così premurosa” in modo irriconoscente.

Questo diventa quindi un meccanismo bilaterale in cui madre e figli da una parte si danno un bacio e dall’altro si tengono stressi senza darsi possibilità di “fuga”.

Spesso questo delinea quadri depressivi, di disistima e rabbia reciproca.

Inutile dire che ognuno delle parti dovrebbe diventare consapevole del disegno relazionale entro il quale sono inscritti e che un abbandono di queste logiche renderebbe entrambi più liberi di volersi bene e non obbligati…

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 Dott. Edoardo Savoldi

 

 

 

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