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LA VIOLENZA SULLE DONNE!! Non restiamo in Silenzio

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#Saranonsarà, questo l’hashtag che dal 29 maggio è diventato virale sul web.

Una parola nata a seguito dell’ennesimo caso di cronaca terminato in tragedia.

A morire, ancora una volta, è una donna, uccisa brutalmente dal suo ex fidanzato.

 

Il suo assassinio è terribile e agghiacciante, ma Sara, purtroppo, è solo una delle tante, tantissime donne vittime di violenza. I fatti di cronaca ci riportano con regolarità allarmante storie simili alla sua, storie di donne che sono morte o che hanno subito violenza per mano di qualcuno che diceva di amarle. Storie di femminicidio che con l’amore non hanno assolutamente niente in comune.

 

La parola “FEMMINICIDIO” vuol dire UCCISIONE DI UNA DONNA.

E’ una parola brutale, che spaventa per il significato che evoca, ma non è una brutta parola.

Esiste nella lingua italiana solo a partire dal 2001. Fino a quell’anno, l’unico termine esistente col significato di uccisione di una donna era uxoricidio, ma ci si riferiva solo all’uccisione di una donna in quanto moglie. Non c’era una parola che alludesse all’uccisione della donna proprio in quanto donna. Nella lingua inglese invece, dal 1801 esisteva la parola femicide e a questa prima parola se ne accostò, a partire dal 1992, un’altra, coniata dalla criminologa Diana Russell, che è feminicide. Nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde usò la parola femminicidio, per studiare e per ricordare i numerosissimi omicidi di donne che erano stati compiuti ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti. Il termine nasce proprio per indicare questo: l’uccisione di un donna in quanto donna.

 

Nella maggior parte dei casi le violenze sono agite da uomini gelosi e/o controllanti, che siano mariti, compagni, amici, padri o ex fidanzati. Secondo un’indagine dell’Istat, condotta in Italia nel quinquennio 2009-2014 sono:

  • 2.435.000 le donne che hanno subìto una forma di violenza
  • 1.517.000 le donne che hanno subìto violenza fisica
  • 1.396.000 le donne che hanno subìto violenza sessuale
  • 163.000 le donne che hanno subìto tentativi di stupro
  • 136.000 le donne che hanno subìto uno stupro
  • 3.466.000 le donne vittime di stalking, di cui 1.524.000 da parte dell’ex

 

Anche se nell’ultimo anno è stato registrato un flessibile miglioramento, dovuto, anche, ad una maggior presa di coscienza del fenomeno da parte delle donne, i dati rimangono allarmanti.

 

La violenza sulle donne però non è solo quella fisica e/o sessuale, non è solo quella immediatamente visibile che lascia i lividi e rompe le ossa. La violenza sulle donne può avere molte altre forme e può essere agita a diversi livelli. La Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite, tenutasi a Vienna nel 1993 la definisce come “qualsiasi atto di violenza di genere che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata”.

 

Esistono violenze non visibili all’esterno, che non feriscono il corpo, ma lasciano cicatrici profonde e permanenti nell’anima. E’ il caso della VIOLENZA PSICOLOGICA, una forma subdola di violenza che tende a intimidire l’altro, a minarne l’autostima, dimostrando che è privo di valore.

Le donne vittime di violenza psicologica vengono umiliate, ridicolizzate, denigrate, insultate, svalutate e a volte minacciate. Tutti questi comportamenti, se ripetuti e protratti nel tempo, costituiscono gli atti peculiari della violenza psicologica.

 

La sistematica denigrazione ed i continui insulti alla donna (e questo vale ovviamente per tutti gli esseri umani), minano la sua autostima, e più in generale il suo senso di identità. Sentendosi continuamente disprezzata, essa stessa comincerà a disprezzarsi ed a sentirsi non degna di essere amata e rispettata. La ripetitività e il carattere umiliante di tali situazioni possono provocare un vero e proprio processo distruttivo, a livello psicologico, per la persona che subisce.

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La violenza psicologica, a differenza di quella fisica, è più difficile da valutare e perché spesso viene negata sia dall’aggressore che dai testimoni, e perché non ci sono dati oggettivi che provano la realtà di ciò che la vittima subisce e questo fa sì che essa stessa dubiti di ciò che prova.

La violenza psicologica ha un potere subdolo che ben si nasconde agli occhi altrui e delle donne stesse che spesso, non sono in grado di raccontarla. Le donne vittime di violenza, invece di sottrarsi ai maltrattamenti, si sentono obbligate a NON PARLARNE, a negare, a sopportare, a giustificare, a minimizzare.

 

Se ci si abitua al dolore, se ci si rassegna, s’impara a sopportarlo e questo è sbagliato!

Dare un nome a quello che si vive e prendendone consapevolezza è necessario per rompere il silenzio, superare la vergogna e chiedere aiuto. Per questo è di fondamentale importanza promuovere iniziative di sensibilizzazione e di formazione rispetto a questo tema, sia in un’ottica di intervento, che di prevenzione, allo scopo di ridurre il rischio di diventare vittime all’interno di questi pericolosi meccanismi psicologici.

«Qualunque cosa distrugga la libertà non è amore.

Deve trattarsi di altro, perché amore e libertà vanno a braccetto,

sono due ali dello stesso gabbiano».- Osho

 

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Dott.ssa Psicologa Nicoletta Remiddi2

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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